Una Tesi di Laurea su San Leone di Capena

con gratitudine, e con piacere pubblico, questa interessantissima tesi di laurea svolta dalla  dott.ssa Paola Frati che ringrazio.

Quando i Carolingi frequentavano l’area tiberina

La chiesa di S. Leone e il suo prezioso “recinto” marmoreo

Di Paola Frati

Si vis pingues agros et vineas, perge Capenam” (Se vuoi fertili campi e vigneti, dirigiti verso Capena). Così si rivolgeva Cicerone (Epistulae ad familiares) ai suoi contemporanei, più di duemila anni fa. Ma l’invito conserva tutta la sua attualità. Se ne accorge immediatamente chi, giungendo oggi a Capena, viene ancora rapito dal dolce fascino della sua campagna, segnata dal corso del Tevere, e caratterizzata dall’alternarsi di fertili pianure a zone collinari, coltivate a vigneto, che concorrono a fare di questo ambiente, a pochi chilometri dalla capitale, il salotto verde della provincia di Roma.

L’antica Capena sorgeva sul colle detto della Civitucola, a tre chilometri di distanza dall’odierno abitato. Le sue origini risalgono almeno alla seconda metà del IX secolo a.C., quando divenne il centro principale dell’Ager Capenas, che si estendeva sulla riva destra del Tevere, contraddistinto da una propria fisionomia culturale, ma aperto a continui contatti con i territori e i popoli limitrofi (Falisci, Etruschi, Latini, Sabini). In epoca romana l’area fu attraversata da due delle principali strade in uscita dall’Urbe, la via Flaminia e la Tiberina, che le assicurarono collegamenti e prosperità.

In età Tardo Antica il comprensorio fu investito da una grave crisi economica e demografica, a causa delle devastazioni che caratterizzarono gran parte del V e del VI secolo, conseguenti alla guerra greco-gotica e al fallito tentativo di respingere i longobardi fuori dall’Italia. Il dato storico è confermato dalle indagini archeologiche e topografiche, che rivelano come l’età tardoantica e altomedievale abbiano profondamente trasformato il territorio e la sua organizzazione. Se, infatti, la pace romana aveva favorito insediamenti di pianura, lungo le vie di comunicazione, e la vicinanza all’Urbe aveva dato vita a un pullulare di villae suburbane, le ondate di conquistatori goti, vandali e longobardi, che attraversarono la regione, determinarono la decomposizione del tessuto connettivo romano e l’abbandono delle zone di valle, rimettendo a nudo l’ossatura del Lazio preromano. Ciò condusse al recupero degli antichi siti di sommità o a fondazioni ex novo, che portarono a quella nuova organizzazione del territorio che va comunemente sotto il nome di “incastellamento”. Le fonti, che dall’anno Mille forniscono dati sulla topografia di questo lembo di terra, hanno spesso come punto di riferimento i castra, nuclei abitativi qualificati dalla presenza di circuiti murari o opere naturali di difesa. A questi insediamenti rurali, in alcuni casi, si collegavano complessi funerari, a dimostrazione della precoce diffusione del Cristianesimo nelle campagne. La nuova gerarchia ecclesiastica, subentrata all’autorità romana, attraverso la costruzione di piccole chiese e cimiteri, trasformerà gradualmente i nuovi insediamenti in poli di aggregazione, fondamentali tanto per riorganizzazione del territorio quanto per la cura delle anime. In una bolla di Papa Gregorio VI, dell’anno 1081, viene citato per la prima volta il castrum di Lepronianum, attorno al quale si andranno poi aggregando i castelli confinanti con le loro terre, dando così origine all’attuale configurazione del territorio di Capena ( Leprignano fino al 1933).

La chiesa “sospesa”

Le testimonianze archeologiche dell’insediamento non sono anteriori all’XI secolo.

Unica eccezione, la chiesa di S. Leone. E non è certo l’unico elemento di interesse che presenta questo piccolo edificio di culto, oggi poco distante dal centro storico dell’abitato. Le prime documentazioni scritte che lo riguardano risalgono al XIII secolo, ma la sua fondazione risale sicuramente ad un periodo precedente (VIII-IX secolo). La chiesa è attualmente inglobata all’interno del cosiddetto “cimitero “vecchio” di Capena, fondato nel 1882. I lavori per la realizzazione del cimitero comportarono un abbassamento del livello del terreno, per cui vennero portate alla luce le fondazioni dell’edificio, all’interno delle quali furono ricavati alcuni ambienti, usati come ossuario. Oggi per accedere alla chiesa bisogna salire una scala esterna. L’interno presenta la particolarità di essere diviso in due navate, anziché tre come è assai più frequente in edifici coevi. All’estremità della navata maggiore destra si trova il presbiterio che termina con un’abside semicircolare. Il tetto, coperto da coppi ed embrici, è a due falde disuguali con struttura lignea a vista e laterizi; sulla facciata, a capanna asimmetrica, si aprono un portale di pietra con architrave e piedritti scolpiti e una finestrella ad arco con transenna traforata in pietra. L’abside, esposta a S-E, è in muratura di scapoli di tufo a vista, con cornice in materiali di spoglio d’età romana. L’interno è decorato da affreschi, attribuibili a diverse fasi cronologiche. I più antichi (IX-X secolo) sono quelli che decorano la controfacciata. Qui, nel corso dei restauri del 1951-1953, sono emersi alcuni frammenti pittorici, che restituiscono un brano di decorazione geometrica a destra e due riquadri mutili a sinistra; nella parte superiore del primo riquadro appare una Madonna col Bambino e due angeli, nel secondo un devoto inginocchiato sul gradino di un trono.

Di particolare interesse sono gli affreschi della conca absidale: al centro della calotta è l’immagine del Cristo, in tunica e palio, nel gesto dell’allocutio (chiamata all’ascolto), tiene un rotulo nella mano destra, a sinistra S. Paolo e S. Benedetto con la Regola, a destra S. Pietro e S. Leone; nel registro inferiore, da sinistra verso destra, i Santi Giovanni Battista, Maria Maddalena, Luca e Michele Arcangelo. Tutto questo complesso di affreschi fu commissionato da una certa Suffia, come attesta un’iscrizione posta ai piedi del Redentore, con caratteri del XIV (Queste peture a facte fare Suffia). I riquadri laterali, con l’Annunciazione e l’incontro di due giovani santi, furono uniti con una ridipintura successiva.

  

Un arco trionfale per il clero

Di contro all’abside si trova quello che probabilmente è il vero gioiello architettonico di tutto il complesso. Si tratta di un’ iconostasi marmorea , un recinto presbiteriale, usato per separare il clero officiante dai fedeli, che taglia trasversalmente le navate, e rimasto incredibilmente intatto e nel luogo originario. L’iconostasi, decorata solo sulla fronte, è costituita da due pilastrini estremi di sezione quadrata e altri due intermedi, ma più bassi, con colonnine ottagonali, raccordati da un’architrave che al centro si incurva e forma un’arcatella a sesto rialzato con lieve andamento a ferro di cavallo; i vani laterali sono parzialmente chiusi da plutei (balaustre). L’arco inserito fra due elementi di trabeazione era noto all’architettura imperiale romana e diffuso soprattutto nel bacino orientale del Mediterraneo, serviva a porre l’accento sull’alta dignità dell’imperatore nelle cerimonie ufficiali. Come successe per molti altri aspetti o elementi del repertorio imperiale, che passarono a quello sacro, anche questo motivo architettonico si trasferì probabilmente dal palazzo alla basilica, inquadrando prospetticamente, sotto l’arcata, l’altare.

L’iconostasi di S. Leone è interamente decorata a bassorilievo. Quali furono i modelli di riferimento per gli scalpellini? I brani scultorei che presenta, caratterizzati da tralci formati da un nastro a due solchi con andamento a girali, piccole croci a sette braccia lisce terminanti in volute, coppie di riccioli che partono dallo stelo, grappoli, pampini e fiori, possono essere confrontati con quelli di altre lastre scolpite presenti in varie chiese romane e del territorio circostante, ma il raffronto più calzante e quello con il romitorio del Soratte, dove sorge la chiesa di S. Silvestro. Tale complesso, dove papa Zaccaria (741-752) aveva destinato in ritiro Carlomanno, fratello di Carlo Magno, divenne proprietà dei franchi, come vuole la cronaca, e questi ultimi ne curarono il rinnovamento. I resti della suppellettile presbiteriale sono del tutto affini per qualità d’intaglio a quelli dell’iconostasi di Capena. Lo stile di tali sculture sembra derivare, tramite gli esempi di S. Oreste al Soratte, da decorazioni aquitaniche d’epoca carolingia. Appare quindi lecito ipotizzare che la presenza di Carlomanno abbia richiamato nell’area tiberina maestranze carolingie a cui attribuire la realizzazione di tali opere.

La nascita di un linguaggio nuovo

L’arte carolingia giunse al IX secolo a tali proposte stilistiche attraverso un percorso iniziato già all’epoca delle invasioni barbariche (V-VI secolo). In questa fase iniziale le testimonianze artistiche sono limitate a oggetti mobili, decorazioni di abbigliamenti e di armi, appartenenti al corredo personale con cui un defunto veniva sepolto. Successivamente l’influenza dello stile carolingio si estese alla scultura, dove si assiste alla nascita di una nuova tradizione. Viene rinnovata la forma del capitello, diremmo quasi ricreata ex novo, in modo indipendente dagli esempi greci, tardoantichi o bizantini. La modellazione sempre più semplificata del fogliame, un annullamento dell’originale effetto «mimetico» e la traduzione di tale effetto in un astratto ricamo lineare di superficie sono le caratteristiche essenziali del cosiddetto “capitello a foglia”, una nuova tipologia, capostipite di tradizioni destinate a lunga fortuna, primo esempio a noi noto di una delle forme di capitelli più diffuse durante il medioevo e in tutto l’Occidente europeo: il “capitello cubico” (?). Interessante e intrigante è la grande somiglianza che questa foggia mostra con i capitelli su colonnine ottagone che sostengono l’arco della trabeazione dell’iconostasi di Capena. Tuttavia, la fermezza dell’intaglio dei lavori di Capena, ne consiglierebbe una posticipazione al tempo di Leone IV (847-855), permettendo così di dare anche una spiegazione plausibile al titolo della chiesa, altrimenti non giustificabile. Non esiste, infatti, nell’area in questione, alcun culto documentato per il santo papa del V secolo, quel Leone Magno (390-461) che era riuscito a dissuadere Attila dal procedere nella sua avanzata contro Roma (452). Leone IV, invece, fu spesso nella zona Collinense, nome con cui nel medievo era designato l’antico Ager, poiché sotto il suo papato la Tuscia Romanorum fu devastata dalle scorrerie dei Saraceni; egli rispose a questa catastrofe con un intenso programma di restaurazione, a Roma, come nel territorio circostante. Se l’ipotesi di un patronato leonino è giusta, la chiesa di S. Leone può essere associata all’attività edilizia di questo pontefice, che la dedicò al suo santo e omonimo predecessore (?).

Appare chiaro, da quanto sin qui esposto, che la produzione architettonica di un edificio, con tutti gli annessi artistici che generalmente ne fanno parte (pittura, scultura) nasce sempre dall’interazione di molteplici fattori che appartengono alla storia, intesa nella sua accezione più ampia. La propensione per l’approfondimento critico e l’interesse per le discipline storiche ausiliari ci rivelano che la storia dell’arte è molto più che una semplice storia della visione artistica e che un’opera può essere compresa fino in fondo solo se collegata ad una visione globale degli accadimenti di un’epoca.

Box di approfondimento

All’inizio era il fastigium del Laterano…

Nei primi edifici di culto cristiani, la separazione tra clero officiante e fedeli fu assai precoce. Si ha notizia, nel Liber Pontificalis, di una struttura chiamata fastigium argenteum all’interno della Basilica di San Giovanni in Laterano, dono dell’imperatore Costantino, posizionata tra l’altare e la navata. Era formata da quattro colonne dorate, che con i capitelli raggiungevano gli otto metri di altezza. Al di sopra era impostata una trabeazione, che sosteneva, nel lato verso l’ingresso, le statue in argento del Cristo e degli Apostoli, e sul lato verso l’abside quelle di Cristo in trono con quattro angeli. E’ probabile che si trattasse di una sorta di porta trumphalis, attraverso cui facevano il loro ingresso solenne il vescovo e il clero all’inizio della celebrazione, per accedere ad un corridoio recintato, al centro della navata maggiore, denominato solea, perché leggermente sopraelevato rispetto al resto del pavimento. Dall’esterno di questi “recinti” i fedeli osservavano lo svolgersi della liturgia. Si ritiene che dal fastigium del laterano derivino le cosiddette pergulae altomedievali, ovvero quei monumenti colonnati, sormontati da un’architrave, che si estendevano per tutta la lunghezza del presbiterio, davanti all’altare, destinati di sovente ad ospitare all’interno immagini sacre, icone, da cui appunto il termine iconostasi. Tali tipi di recinzioni architettoniche, al cui sviluppo non può essere estranea l’influenza del templon bizantino, sono attestate a Roma, tra VII e IX secolo, oltre che a San Giovanni in Laterano, anche a San Pietro e in Santa Maria Maggiore. L’iconostasi della chiesa di S. Leone a Capena è un documento eccezionale sia per il suo stato di conservazione che per la sua collocazione ancora originaria.

 

 

 

 

 

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