Cento parole per cento racconti

mara aleidal sito di

Mara Alei (Capena – Roma)  per sua gentile concessione.

Uno

NAUFRAGIO

 Buio e freddo intorno a me. Un’oscura notte di acqua e di paura mi avvolge. Sono le braccia della morte. Poi di colpo mi sento leggera: qualcosa mi prende, mi porta verso l’alto, dove il buio a poco a poco si dirada. Luce, aria… e torno a vivere. Faccio dei respiri profondi, mentre la bocca è una smorfia di sale. Tutto intorno galleggiano oggetti. Ogni tanto riaffiora il corpo inerte di qualche passeggero sconosciuto. Una grossa cassa di legno leggero mi arriva a tiro: mi ci isso sopra, come fosse una zattera. Ora non mi resta che aspettare e… sperare.

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Due

 IL PASSEGGERO

 Il treno procede verso Firenze. Sono stanca di leggere, così chiudo il libro e mi metto ad osservare il viso dell’uomo che mi siede di fronte: un brutto viso, profondamente segnato dal male… Chissà, magari sarà invece una brava persona! Ne dubito. Raramente mi sbaglio… Alla stazione di Santa Maria Novella scendiamo entrambi. Un drappello di poliziotti si avvicina improvvisamente al passeggero e lo blocca. “Lei è in arresto con l’accusa di omicidio”, gli dicono. Lo ammanettano e lo portano via… In serata, durante il mio viaggio di ritorno verso Roma, non ho mai staccato gli occhi dal mio libro.

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Tre

APOLLO E DAFNE

 La pianta si trova in un campo, custodita con amore da un vecchio, come fosse una donna. Si dice che quella pianta sia Dafne, la fanciulla di cui si innamorò Apollo. Lei fuggì via veloce, il dio, disperato, la inseguì, l’afferrò e… lei si trasformò in una pianta d’alloro. Apollo sentì sotto le sue dita la morbida pelle di lei trasformarsi in ruvida corteccia, i capelli divenire rami frondosi… subito fu disperazione! Qualcuno sostiene che il vecchio che cura la pianta con tanto amore sia proprio lui, Apollo, nell’attesa che un giorno quel tronco torni ad essere la splendida Dafne.

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Quattro

L’OROLOGIAIO

Il suo mestiere non lo aveva scelto, lo aveva ereditato: aggiustare orologi, questo aveva fatto per una vita, senza mai porsi domande. Ultimamente, però, un pensiero gli si era insinuato nella mente, una specie di tarlo corrosivo, secondo cui i mali del mondo erano dovuti allo scorrere del tempo e lui, lavorando ai meccanismi che lo misurano, aveva contribuito a determinare l’infelicità degli uomini. Dunque, aveva deliberato di farla finita. Prese una corda e si impiccò ad una trave del suo laboratorio. Lo trovarono un paio d’ore più tardi alcuni clienti, sconcertati: il corpo, penzoloni, oscillava ritmicamente come un lugubre pendolo.

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Cinque

LA STRADA

Il ragazzo guidava l’automobile con andatura regolare. Assecondava le curve della strada deserta, come sua abitudine, senza concentrarsi. Pensava tutto il tempo agli affari suoi, con la testa perennemente tra le nuvole. “La guida, si diceva, è caratterizzata da riflessi incondizionati”. Spesso si ritrovava a casa, dopo una giornata di lavoro, senza sapere come ci fosse arrivato. Questo a volte lo spaventava, perché aveva la sensazione che il suo cervello fosse fuori controllo. Ma non provò mai tanto spavento come quel giorno. Ad un certo punto, infatti, non riconobbe più i luoghi che stava percorrendo. Angoscia. Terrore… Si era perso!

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Sei

IL CONTATORE DI PAROLE

 Una volta, molto tempo fa, ho conosciuto un tipo assai bizzarro, che si era messo in testa di contare le parole che gli venivano rivolte. Era talmente preso da questa operazione, che non dava retta più a nessuno: non rispondeva mai alle domande che gli venivano poste, per non perdere il conto. Inizialmente aveva attirato l’attenzione di molti curiosi, ma poi, a lungo andare, la gente si era stancata delle sue stravaganze: gli amici lo isolarono, perse il lavoro per scarsa produttività, persino i famigliari lo evitarono. Nessuno gli rivolse più la parola: così non ebbe più nulla da contare.

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Sette

LA MIA GATTA

 E’ bellissima: una principessa, la regina d’Oriente. Incede con passo lieve ed elegante, vestita di una folta pelliccia arabescata: ha tutte le sfumature del grigio. Avanza con la coda, issata come il pennone di una nave, larga come una foglia di palma. Le orecchie sono dritte, i lunghi baffi d’argento, tesi a captare ogni movimento che c’è intorno, nascondono la boccuccia invisibile sotto il piccolo triangolino nero del naso. E poi gli occhi. Che occhi! Magnetici, irresistibili. Non puoi sottrarti alla loro forza: sono due smeraldi intensi e preziosi, che in un lampo sembrano volerti svelare il segreto del mondo.

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Otto

GRANELLI DI SABBIA

Il vecchio pescatore aveva trascorso la sua lunga esistenza assecondando un’inguaribile follia: il povero pazzo si era messo in testa di contare tutti i granelli di sabbia che costituivano le grandi spiagge dell’isola in cui viveva. La notte usciva in mare con la sua barchetta, il giorno contava… Da qualche tempo aveva cominciato a dire in giro che il suo compito stava per giungere al termine: i granelli di sabbia ancora da contare erano pochi, una manciata, come le ore della sua vita. Lo trovarono all’alba ai piedi di uno scoglio, con in mano gli ultimi granelli della sua vita.

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Nove

LA SIRENA

Passeggiavo lungo la spiaggia, assorto nei miei pensieri, quando all’improvviso un suono indefinito ruppe il silenzio del mare in inverno, attirando la mia attenzione. Non so da quale creatura fosse emesso. So solo che era un canto irresistibile e suscitava in me sensazioni contrastanti: il pianto e il riso si fondevano inspiegabilmente, generando una meravigliosa sorgente di felicitá: “Se vuoi sentirti cosí per sempre, mi sussurró una voce, raggiungimi in fondo al mare”. Ubbidii senza esitazione. Mi ritrovai immerso nel mare, respiravo con le branchie, mi muovevo leggero dimenando la coda e le pinne. L’acqua era diventata il mio elemento.

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Dieci

LA PREDIZIONE

Stavo seduto su una panchina dei giardini pubblici, quando all’improvviso mi si materializzò accanto una vecchia signora, decrepita e fragilissima, che cominciò a parlarmi con una voce di carta vetrata: “Sono venuta per predirti il futuro – disse. Io tacqui, nella spasmodica attesa di sentirmi dire ció che piú desideravo, che sarei morto molto presto. Ma così non fu.  “Vivrai altri cento anni – disse – e sarai molto felice”. Svanì all’improvviso, così come era venuta. Un nodo mi strinse la gola: cent’anni, praticamente un’eternità. Come avrei resistito tanto tempo nel mondo?… Quel giorno stesso morii, investito da un tram.

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Undici

IL FULMINE

L’uomo, in compagnia della sua solitudine, percorreva, a passi brevi e lenti, la lunga striscia di sabbia, che segnava il confine tra la terra immobile e il mare burrascoso. Sembrava completamente assorto in pensieri misteriosi e imperscrutabili. Forse fu questo che impedì che si rendesse conto del temporale in arrivo… Un fulmine lo colpì in pieno, fissando per sempre la sua espressione distratta. Così almeno parve a coloro che lo trovarono, qualche ora dopo la fine della burrasca. In realtà, il suo pensiero ingarbugliato, quell’entità indefinita che molti chiamano “anima”, aveva trovato finalmente il suo senso, il significato del mondo.

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Dodici

L’AUTOPIROMANE

Il giovane aveva sempre provato un’inspiegabile attrazione per il fuoco: lo sostenevano amici e conoscenti. Spesso, in passato, si era trovato in pericolo a causa dell’eccessiva confidenza con le fiamme. “Si è trattato di un incidente” ritenevano i più. Ma la polizia non era di questo parere: secondo gli inquirenti si trattava di un tentato omicidio. In realtà, soltanto lui sapeva la verità: soltanto lui conosceva il piacere che provava nel vedere le lingue di fuoco leccare la sua carne, nel sentire il dolore che mangiava il suo corpo. Di una cosa era certo: una volta guarito ci avrebbe riprovato.

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Tredici

I MIEI VICINI DI CASA

 Abito da qualche mese in una mansarda nel centro di Roma: un appartamento piccolo, ma per me, che vivo solo, è più che sufficiente. Pensavo che mi ci sarebbe voluto un po’ per legare con i vicini di casa, invece ho fatto subito amicizia: si tratta di una coppia di passeri che abitano sotto una tegola del mio tetto. Vengono a trovarmi ogni giorno. Planano sul terrazzo con il loro leggero sbatter d’ali e io offro loro semini e molliche di pane. Mentre li osservo mangiare, capisco che ho trovato degli ottimi amici. Sono convinto che ci faremo buona compagnia.

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Quattordici

BOLLE DI SAPONE

“Sì, signor commissario, stamattina ho portato mia nipote al parco giochi, come tutte le domeniche. Io stavo seduta sulla panchina, lei giocava sullo scivolo lì accanto. Ad un certo punto è arrivato un vecchio, molto trasandato: un barbone. Portava con sé l’occorrente per fare bolle di sapone. Cominciò a soffiare nell’anello imbevuto di acqua saponata, producendo bolle sempre più grandi. Una di queste, enorme, inglobò la bambina e se ne volò in cielo, portandola via con sé”. “Signora”, disse il commissario, “La sua nipotina è morta un mese fa di leucemia. Se ne torni a casa e si faccia coraggio!”

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Quindici

ARTE CONTEMPORANEA

La galleria d’arte era affollata come nelle grandi occasioni. Gli artisti che esponevano erano in fermento: c’erano molti addetti ai lavori e nomi illustri. Tutti i presenti sembravano essere in fibrillazione, tranne uno: un individuo che se ne stava da solo, seduto in un angolo, tra le opere esposte, immobile, con un’espressione assorta. Nessuno lo conosceva, neanche l’organizzatrice dell’evento: non si riusciva a capire neppure se fosse un artista o un visitatore. Qualcuno cominciò a preoccuparsi per quella straordinaria immobilità: che fosse morto? Alcuni coraggiosi presero l’iniziativa e si avvicinarono. L’uomo non era morto, era un’istallazione artistica: rappresentava l’arte contemporanea.

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Sedici

IL PANE QUOTIDIANO

Era entrata nel supermercato, schivando il venditore extracomunitario che stazionava davanti all’entrata. Dopo aver gironzolato fra gli scaffali, era approdata al banco del pane. In fila c’era l’africano, che, lasciata la merce incustodita, aveva chiesto un panino. “Quanto costare?”.  “Due euro”, aveva risposto la commessa. L’africano contò i pochi spiccioli che possedeva: non bastavano. Si scusò e se ne andò senza panino. La cliente proseguì il suo giro pensierosa. Uscì dal negozio e, dopo aver caricato gli acquisti in macchina, non riagganciò il carrello al supporto, lasciando l’euro nell’alloggiamento. L’africano capì che anche quel giorno avrebbe mangiato il suo panino.

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Diciassette

LA PIANTA DI BASILICO

(omaggio a Boccaccio)

I vicini di casa non avevano potuto non notare le attenzioni che la nuova inquilina riservava ad un grosso vaso di basilico, posto sul balcone. Lo aveva portato durante il trasloco e lei stessa lo aveva collocato nel punto più favorevole del terrazzo. Lo innaffiava, ne accarezzava le foglie. Ai vicini era parso addirittura che la donna gli parlasse. La dirimpettaia un giorno non resistette alla tentazione e chiese spiegazioni. La donna rispose candidamente che il basilico era la nuova forma assunta dal suo defunto marito, considerato che la pianta era stata collocata nel vaso che conteneva le sue ceneri.

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Diciotto

LA PIOGGIA

“La pioggia stanca la terra”, aveva scritto un poeta. Il vecchio osservava lo scroscio violento che si abbatteva sui campi lì intorno e ciò che più lo colpiva era proprio l’aspetto stremato della vegetazione: le piante avevano le foglie reclinate, come la testa di un uomo stanco. Il vecchio, all’improvviso, fu preso dal desiderio di provare su di sé l’effetto della pioggia. Uscì nel cortile e si lasciò colpire dalla violenza dell’acqua. Non si sentiva stanco. Quella, per lui, era una specie di rinascita. Era come se non fosse mai stato un essere umano, ma una creatura fatta di foglie.

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Diciannove

L’ARCOBALENO

Che idea assurda gli era venuta in mente! I suoi amici avevano cercato di dissuaderlo, ma lui, niente: testardo come un mulo. Aveva preso il brevetto di volo appositamente per realizzare il suo progetto: attraversare l’arcobaleno. Quando la notizia si diffuse, nessun aeroclub volle più affittargli veivoli. Allora, con grande sconcerto di amici e parenti, aveva messo in vendita i suoi beni per acquistare un ultraleggero. Finalmente non restava che aspettare condizioni atmosferiche favorevoli. Era andato a vivere nell’aereo, proprio per non perdere il momento giusto. Ma quel momento non giunse mai. La morte lo colse, ormai vecchio, mentre aspettava…

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Venti

IL SONNO

Ecco, nell’animo del bambino, come il lievito in un chilo di farina, cominciava a montare la paura di dormire. Tutto era cominciato quando aveva sentito dire da un’anziana donna, un’amica di sua nonna, che il sonno è il fratello della morte. Lui aveva il terrore della morte, perché si era presa il suo amatissimo gatto, Romeo. Se la morte era davvero la sorella del sonno, c’era il caso che qualche volta capitasse a trovare suo fratello. Per questo aveva deciso che non si sarebbe addormentato mai più. Per non farsi sorprendere, non si sa mai! Ma il sonno vinceva sempre.

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Ventuno

IL MATTO

Era sempre stato un amante dei libri. Leggeva di tutto: gialli, romanzi storici, biografie… Molti libri lo avevano appassionato, ma mai nessuno lo aveva colpito come “Uno nessuno e centomila”. Pirandello era davvero geniale: aveva capito tutto della vita! Da quel giorno, come un novello Vitangelo Moscarda, cominciò a perdere tutte le certezze sulla sua identità e quotidianamente cominciò ad assumere una personalità diversa, travestendosi di volta in volta da medico, da prete, da postino, da operaio… Il suo disagio mentale lo aveva portato persino ad assumere identità femminili. Quando lo portarono in manicomio indossava i panni di una suora. 

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Ventidue

IL SALUTO DEL VENTO

Il bambino trascorreva i lunghi pomeriggi invernali in solitudine: la madre se n’era andata con l’amante e lui era rimasto con suo padre, che però non c’era mai. Il piccolo non aveva amici coi quali condividere i minuscoli pensieri di bimbo. Solo il vento gli parlava e lui se ne stava lunghe ore dietro i vetri della finestra per osservare i suoi movimenti: a volte faceva volare una foglia secca oppure soffiava via i berretti dei vecchietti. Talvolta una folata più forte muoveva i rami degli alberi: allora si immaginava che quello fosse un saluto del vento tutto per lui.

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Ventitré

L’ACROBATA

“Riuscire ad arrivare sani e salvi alla fine della giornata non è affatto facile”, pensò la donna schivando un cretino che stava per andarle addosso. Otto ore di lavoro a quaranta chilometri da casa, di corsa al nido per recuperare i figli, passare dal medico per le ricette di sua madre, quindi in farmacia, poi a casa dei suoi per recapitare spesa e farmaci, tornare a casa sua, preparare la lavatrice e nel contempo la cena, mettere a nanna i pargoli piagnucolosi, lavare i piatti, stendere i panni, lavarsi, caricare la sveglia alle 5.40, stramazzare sul letto dopo mezzanotte. Aiuto!

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Ventiquattro

LA DONNA DEI SARMATI

Ormai si era abituata alla derisione e alle ingiurie di cui veniva fatta oggetto nel villaggio. Veniva schernita dagli stessi famigliari e questo l’addolorava moltissimo. I suoi genitori l’avevano cacciata di casa molti anni prima, quando aveva detto pubblicamente che non sarebbe mai diventata una donna guerriero e che le sue mani non si sarebbero mai macchiate del sangue di un nemico. Sapeva quanto caro le sarebbe costato: nessuno l’avrebbe presa in moglie e sarebbe stata bandita dalla vita sociale della comunità. Ma per lei non era importante. Era felice di guardare le sue mani, pulite come il suo cuore.

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Venticinque

L’AQUILONE

Era sempre stato ossessionato dal peso del corpo. Non che fosse grasso, anzi, tuttavia aveva sempre vissuto la sua corporeità come un limite. Fu proprio per questo che, appena ebbe l’età per farlo, cominciò a costruire aquiloni. Dapprima piccoli e semplici, poi sempre più grandi ed elaborati. Un giorno volle costruire l’aquilone più grande del mondo. In meno di una settimana riuscì a realizzarlo. Era bellissimo. Lo provò subito nel vasto prato vicino casa. Era una giornata ventosa: l’ideale per spiccare il volo. L’aquilone si sollevò rapidamente e trascinò con sé il ragazzo, finalmente libero e leggero, senza più limiti.

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Ventisei

GHIACCIO

Così lo chiamavano tutti, sin da bambino, a causa della sua sconfinata passione per questo elemento. D’inverno il suo paese era interamente ricoperto di ghiaccio, al punto che non si capiva dove finisse la terra e dove invece iniziassero i corsi d’acqua. Tutto era congelato. Gli piaceva farsi abbagliare da tutto quel bianco e sentirsi la faccia tagliata dal gelo. Anche il suo cuore era di ghiaccio: una distesa sterminata e dura. Non amò mai nessuno e nessuno lo amò mai. Un giorno si avviò sulla terra gelata e camminò fino a perdersi fra i ghiacci. Nessuno lo vide più.

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Ventisette

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”, pensò il vecchio mentre dal balcone al quarto piano di una cadente palazzina di periferia osservava l’andirivieni delle automobili. Aveva sentito altre volte quelle parole, ma gli erano scivolate addosso come acqua sulla pelle. Da qualche ora, invece, da quando le aveva sentite pronunciare da un barbone all’angolo della strada, non riusciva a pensare ad altro. “In principio era Dio, pensò, il principio e la fine”. Dio… Questa fu l’ultima parola che risuonò nella sua mente quando, dopo avere scavalcato la ringhiera, precipitò sull’asfalto.

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Ventotto

IL VULCANO

Si era messo in testa che, prima di morire, avrebbe visto che cosa si nascondeva nelle viscere del vulcano. D’altronde, aveva vissuto una vita abitando lungo le sue pendici. Lo aveva osservato da lontano, con grande rispetto e ammirazione. Ma da alcuni mesi, ormai, non faceva che pensare a come scendere al suo interno. Sapeva di non poter contare sull’aiuto di nessuno: i pochi amici con cui si era confidato lo avevano preso per pazzo. Di una cosa, però, era convinto: il cuore del vulcano sarebbe stata l’ultima cosa che i suoi occhi avrebbero visto prima di chiudersi per sempre.

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Ventinove

DAMNATIO MEMORIAE

Dopo la fine traumatica della sua burrascosa storia d’amore con Luca, Elena aveva deciso che gli avrebbe fatto pagare tutte le sofferenze che le aveva inflitto, presentandogli un conto salatissimo. Ovviamente la sua vendetta si sarebbe consumata senza spargimento di sangue e senza clamore, com’era nella sua indole. Lei era una scrittrice affermata e molto amata dal suo pubblico. Semplicemente lo avrebbe reso protagonista del suo prossimo romanzo: lo avrebbe delineato come il grande bastardo che era. Tutti  i lettori lo avrebbero disprezzato. Poi, però, si rese conto che la migliore vendetta sarebbe stata la damnatio memoriae, l’oblio per sempre.

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Trenta

IL TRENO

Correva veloce sui binari ormai da tanti anni, troppi. Era stanco. Non ce la faceva più a seguire lo stesso percorso di sempre, la stessa strada tracciata da altri. Basta! Voleva decidere almeno una volta nella sua inutile vita la rotta da percorrere. Ribellarsi al proprio destino sarebbe stata la sua fine, lo sapeva, ma ormai aveva deciso. Meglio farla finita una volta per tutte… Quando il treno deragliò rovinosamente, precipitando in una profonda scarpata, a bordo non c’erano passeggeri, nemmeno il macchinista, né il suo assistente: non c’era nessuno. I tecnici non riuscirono mai a spiegare le ragioni di quell’incidente.

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Trentuno

IL BOSCO

Ora aveva chiaro il senso di tante fiabe, che avevano come scenario inquietante il bosco. Da piccolo si era chiesto spesso perché il bosco venisse considerato come un luogo di morte e di dolore, popolato di streghe e di assassini. In fondo, si diceva, non è altro che un insieme di alberi, di molti alberi, che, per quanto numerosi, prima o poi hanno una fine… Solo adesso aveva capito. Erano ore, ormai, che vagava smarrito in quell’intricato labirinto di alberi secolari. Aveva perso l’orientamento e girava a vuoto. Chissà  se mai qualcuno un giorno avrebbe ritrovato i suoi poveri resti!

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Trentadue

IL PROFESSORE

Aveva scelto questa professione per odio, non per amore. Un odio profondo verso il mondo. Odiava in modo particolare i giovani, forse perché più vulnerabili e quindi più facili prede della sua cattiveria. Detestava soprattutto i maschi, quelli che godevano di particolare credito presso le compagne. Alle interrogazioni li incalzava con le domande finché non riusciva a metterli in difficoltà: voto 4. Era solo, il professore, solo come un cane. Era lunatico e collerico. Anche i colleghi lo evitavano: quando lo incontravano cambiavano strada. Un giorno scomparve. Nessuno lo vide più. Finalmente aveva rivolto il suo odio contro se stesso.

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Trentatre’

IL VENTAGLIO

Oh, se potessi parlare! Se solo avessi gli strumenti per raccontare ciò che ho sentito e visto durante la mia lunga vita a corte! I più credono erroneamente che il ventaglio sia un essere inanimato, che prende vita solo fra le mani delicate di una dama… No, non è così! Il ventaglio ha una vita propria, un proprio pensiero. Io, per esempio, se potessi, verserei fiumi d’inchiostro per riferire i fatti di cui sono stato testimone: intrighi di corte, amori, lacrime, omicidi… Ma forse è un bene che io non possa parlare. E’ meglio che certi segreti muoiano con me!

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Trentaquattro

IL PAGLIACCIO

Quel ruolo era stato scritto nelle carte del suo destino prima ancora che nascesse. Probabilmente già nel grembo materno aveva sognato di fare il pagliaccio. Quando, ancora piccolo, i genitori lo avevano portato per la prima volta al circo, era rimasto molto impressionato da quella figura panciuta, dalle enormi scarpe e dall’abito variopinto, con in testa una parrucca riccioluta e sul viso, sotto al nasone rosso, un enorme sorriso. Gli sembrò, diversamente che agli altri, un personaggio tristissimo, destinato ad avere il dolore nel cuore e, per ironia della sorte, l’eterno sorriso sulle labbra. La sintesi perfetta della condizione umana.

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Trentacinque

I VERI AMICI

Era salita sull’autobus semivuoto col suo umore nero e si era seduta in un posto libero. Era furibonda: perché si circondava di traditori pronti a pugnalarla alle spalle? Altro che amici! Dopo alcuni minuti l’autobus partì. Fu solo allora che, abbassando lo sguardo sul sedile accanto, aveva visto un libro. Qualcuno doveva averlo dimenticato lì. Lo prese e lesse il titolo. Era la traduzione del “De amicitia” di Cicerone. Cominciò a leggere. Quando arrivò a destinazione ne aveva lette con interesse già diverse pagine. Da quel giorno capì finalmente di avere trovato dei veri amici, generosi e fedeli: i libri.

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Trentasei

IL COLOSSEO

L’uomo aveva visto il Colosseo solo dall’esterno. Qualche volta era stato lì lì per entrare, poi un imprevisto lo aveva impedito. Quel giorno entrò. Quando fece il suo ingresso nell’anfiteatro l’emozione lo agguantò alla gola. Girò lo sguardo tutt’intorno: il cuore batteva all’impazzata e un tremore scuoteva il suo corpo sempre più violentemente. All’improvviso era come se gli si fossero materializzate davanti agli occhi le immagini di cui quelle antichissime mura erano impregnate: il dolore dei martiri straziati dalle belve, la ferocia dei gladiatori, la crudeltà degli imperatori, l’insensibilità del pubblico. Uscì di corsa e non ci mise più piede.

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Trentasette

ULISSE

Conosceva il suo ruolo. Era consapevole di essere stato creato per questo, anche se ignorava chi fosse stato il suo artefice, se Omero o qualcun altro. Ma questo non era importante. Ciò che contava veramente erano i valori e i disvalori che era stato chiamato ad incarnare: l’astuzia proverbiale, ma anche l’inganno raffinatissimo, la tenace caparbietà, ma anche la superbia incontenibile, l’inappagabile sete di conoscenza, ma anche la solitudine estrema che avviluppa la condizione del naufrago. Insomma, sapeva di racchiudere in sé ogni caratteristica umana, come un paradigma vivente. Nel bene e nel male. E ciò gli era sempre piaciuto.

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Trentotto

I LIBRI

Su una tavoletta cerata o su un rotolo di papiro, su fogli di pergamena o di semplice carta, è stata scritta la storia dell’uomo, è stata trovata la via per l’eternità. I libri sono la mia vita. La mia casa ne è piena: diecimila volumi. Senza contare poi quelli con cui è stata costruita: infatti la mia casa non è fatta di cemento e mattoni, ma di volumi incollati l’uno sull’altro. La gente pensa che io sia pazzo, ma non è così… Ciò che più mi addolora è la consapevolezza di non poter portare i libri con me quando morirò.

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Trentanove

LA FARFALLA

Una bambina senza amiche decise un giorno di farsene una. Proprio in quel momento, una leggiadra farfalla cominciò a svolazzare davanti al suo viso. Dunque, elesse quella meravigliosa creatura come sua amica del cuore. Per sancire questo rapporto, cominciò a seguirla con lo sguardo mentre, secondo il suo costume, volteggiava sul prato davanti casa e, compiendo evoluzioni sempre più eleganti, si posava sui fiori, muovendo maestosamente le ali variopinte. Ma all’improvviso, un gatto, spuntato chissà da dove, con un salto prodigioso ne intercettò il volo e con la zampa la schiacciò miseramente a terra. Spesso è questo il destino dell’amicizia.

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Quaranta

GLI ETRUSCHI

Molti studiosi si interrogano sul perché  gli Etruschi non abbiano lasciato nulla di scritto a testimonianza della loro grandezza: abbiamo vasi, gioielli, suppellettili funerarie, intere necropoli… Ma neanche una breve testimonianza scritta: né una poesia, né un testo teatrale, né un appunto… E’ davvero un mistero. Un mistero che non mi dà pace. Non riesco a concentrarmi su nulla che non riguardi il mistero degli Etruschi. Un giorno, spero presto, ne verrò a capo. Sono fermamente convinto, infatti, che gli Etruschi abbiano scritto molto, e anche cose di grande pregio. Tutto sta capire dove si nascondano. E io lo scoprirò.

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Quarantuno

IL MARE

La ragazza aveva sempre adorato il mare, sin da piccola, ma non le piaceva stare in acqua o sulla spiaggia a prendere il sole. Preferiva osservarlo da lontano, da un promontorio o da una scogliera: in questo modo poteva coglierne tutta la straordinaria immensità. Quando si trovava a dover viaggiare per mare, su una qualsiasi imbarcazione, un’angosciosa paura si impadroniva di lei. Pensava in modo ossessivo a ciò che il mare nascondeva nel suo ventre profondo: creature marine multiformi e multicolori, ma anche relitti di ogni epoca, migliaia e migliaia di cadaveri di naufraghi… Era come attraversare un cimitero sterminato…

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Quarantadue

LA BALLERINA

Quel sogno di bambina  continuava a popolare le sue notti e i suoi giorni: si vedeva volteggiare eterea sul palcoscenico; il suo corpo esile, avvolto in un candido e vaporoso tutu, volava al ritmo soave di una musica meravigliosa. Viveva questa esperienza straordinaria solo nella sua mente, eppure spesso le sembrava di avvertire sulla sua pelle il calore degli sguardi ammirati del pubblico. Da piccola pensava che un giorno avrebbe realizzato questo sogno. Certo, non immaginava che la vita per lei aveva disposto altro: il suo sogno di bambina era rimasto inchiodato per sempre su una tristissima sedia a rotelle.

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Quarantatré

L’ORIZZONTE

Ormai aveva deciso. Si alzò che albeggiava. Si mise sulle spalle lo zaino con i pochi effetti personali che gli occorrevano, e, un passo dietro l’altro, si lasciò alle spalle la casa natia. L’obiettivo del suo viaggio era lì davanti ai suoi occhi, ben definito nella limpida luce del mattino: l’orizzonte. Era là che il suo cammino era volto. Sapeva che l’impresa che si accingeva a compiere era ardua, eppure sentiva che doveva andare, che i suoi passi un giorno sarebbero arrivati a toccare quella linea lontana davanti ai suoi occhi. Ancora oggi, dopo tanti anni, l’uomo è in cammino…

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Quarantaquattro

VENEZIA

Era una delle più belle città  del mondo, sicuramente la più particolare: una città costruita sull’acqua, con, al posto di vie e strade, canali d’acqua, solcati da gondole, motoscafi e battelli. Prima di morire doveva vederla questa meraviglia dell’umanità. Vi arrivò in treno. Uscì dalla stazione che il sole si apprestava a tramontare: con le sue lingue di fuoco lambiva i palazzi affacciati sul Canal Grande, che riflettevano i loro colori preziosi nelle acque limacciose. Vi rimase per due settimane, percorrendone ogni calle, attraversando ponti, camminando per campi e campielli. Una città labirintica e angosciante: l’inquietante mappa della sua anima.

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Quarantacinque

LA PENNA

Che destino straordinario era stato il suo! Depositare sulla carta sentieri d’inchiostro, fissare per sempre i pensieri della gente su un foglio bianco! Pensava con orgoglio ai suoi antenati: lo stilo con cui venivano incise le tavolette di cera, la penna d’oca da intingere nel calamaio, l’elegante stilografica. Tutti avevano contribuito a realizzare una grandiosa impresa: rendere eterna l’anima dell’uomo. Poi erano arrivate loro, le comunissime penne a sfera, che, come lei, avevano donato la scrittura ad enormi masse di persone, che per secoli ne erano state escluse. A questo pensava mentre, ormai esaurita, la gettavano nel cestino dei rifiuti.

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Quarantasei

IL GATTO NERO

Si era chiesto spesso perché quando incrociava qualche essere umano sul suo cammino la reazione era sempre di sconcerto, in qualche caso addirittura di paura. Di solito succedeva quando si trovava ad attraversare la strada: la gente si fermava di colpo e tornava subito indietro. Aveva osservato il comportamento delle persone verso gli altri gatti, quelli colorati, ed era ben diverso. La gente li accarezzava e dava loro da mangiare. Con lui erano tutti cattivi: lo cacciavano e lo scansavano come se fosse il diavolo in persona. Quante volte i suoi occhi striati di verde avevano ricacciato indietro una lacrima!

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Quarantasette

L’ORA LEGALE

No, non si sarebbe mai arreso alle convenzioni! Non avrebbe mai accettato quella logica dittatoriale, espressione di un insopportabile conformismo. Non avrebbe mai più seguito l’ora legale, mai più. Tutti gli orologi di casa sua avrebbero mantenuto le lancette sull’ora solare. L’uomo ormai aveva deciso: avrebbe portato avanti quella forma di ribellione anche a costo di essere tagliato fuori dal cosiddetto mondo civile. Non gli importava di arrivare sistematicamente in ritardo a tutti gli appuntamenti, di perdere treni e aerei e, dopo varie lettere di richiamo a causa dei suoi ritardi al lavoro, di perdere il posto. Era felice così.

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Quarantotto

HALLOWEEN

Era emozionatissimo. Non riusciva a crederci! Per Halloween era stato invitato da Valentina, la più  bella della classe, della quale era innamorato perso. Naturalmente lei non se lo era mai filato, anzi lo aveva sempre trattato con disprezzo. Ora era arrivato questo invito inaspettato. Valentina gli aveva detto che sarebbe stato il suo ospite d’onore e che non doveva mascherarsi, perchè avrebbe pensato a tutto lei. Che carina! Il ragazzo suonò alla porta col cuore in tumulto. Valentina aprì, circondata dai suoi amici festanti, avvolti nelle loro maschere elaborate e costose: “Ecco l’ospite d’onore. Lo zuccone!” E giù fragorose risate…

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Quarantanove

IL MIO NOME E’ ALCINA
Una donna brutta e laida, scansata da tutti come la più ributtante delle creature, trasformata, grazie alle arti magiche, in una donna bellissima e irresistibile. All’inizio si era illusa che la finzione avrebbe funzionato: si sarebbe sentita appagata perché amata da tutti gli uomini. Ma poi, quando si era innamorata davvero, si era dovuta ricredere. Era molto doloroso vedere negli occhi di Ruggiero un amore che non sarebbe mai stato davvero per lei, per un mostro orrendo che nessuno avrebbe mai avvicinato. Capì allora che non ci sarebbe stata magia possibile ad evitare l’inevitabile: sarebbe rimasta da sola per sempre.

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Cinquanta

LA BAMBOLA

Non era un semplice giocattolo, un oggetto inanimato che prendeva vita solo nelle mani della bambina, alla quale era stata regalata. Non era una bambola come le altre: lei era viva, viva! La bambina che giocava con lei le parlava e la trattava come una sua simile, come la compagna di giochi che non aveva mai avuto, perché i genitori apprensivi l’avevano condannata ad un’infanzia solitaria. Vedendo le stranezze della figlia, quei due erano arrivati al punto di sottoporla a sedute di psicoterapia. La bambola capì che doveva sacrificarsi e uscire di scena. Una sera, rincasando, non la trovarono più.

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Cinquantuno

LA MIMOSA

Lo aveva saputo in anteprima: i compagni di classe, l’indomani, 8 marzo, avrebbero donato a tutte le compagne un mazzetto di mimosa. Che trepidazione! Nessuno le aveva mai fatto un omaggio floreale. Era così brutta che non aveva mai ricevuto una parola o un gesto gentile. Ma l’indomani tutto il suo entusiasmo svanì bruscamente, quando, mentre le sue compagne ricevevano graziosi mazzetti di mimose, lei si ritrovò fra le mani un ramoscello completamente spoglio, del tutto privo di fiori, se non per un pallino solitario rimasto attaccato sulla punta. La sentenza era chiara: non sarebbe mai stata considerata una donna.

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Cinquantadue

L’AVARO
Era sempre stato così: avaro ed egoista fino al midollo. Sin da piccolo aveva avuto seri problemi di relazione con i suoi simili: tutti lo scansavano perché prendeva tutto e non dava niente. Amava ossessivamente le cose e ignorava le persone. Crescendo il suo atteggiamento peggiorò. Nessuna donna aveva avuto il coraggio di avvicinarlo, poiché era incapace di dare attenzioni a qualcuno che non fosse se stesso. Un giorno gli cadde in mezzo alla strada una monetina da un centesimo. Mentre si precipitava a raccoglierla, morì miseramente, schiacciato da un autobus. L’ultimo sguardo, carico di rimpianto, fu per la monetina.

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Cinquantatré

I SOGNI

Era stata l’ossessione della sua vita. Da piccolo non faceva che incalzare gli adulti con quell’assurda domanda: dapprima i suoi genitori, poi gli insegnanti. Nessuno sapeva rispondergli. Da grande interpellò intellettuali di ogni genere, ma niente: nessuno sembrava in grado di soddisfare quella semplicissima richiesta: “Di quale materia sono fatti i sogni?” Ormai aveva perso ogni speranza quando, per caso, un giorno intercettò una conversazione tra due bimbi. “Di che cosa sono fatti i sogni?” aveva chiesto uno. “Di panna montata e zucchero filato!” aveva risposto l’altro. Finalmente aveva capito: i sogni sono fatti di qualcosa di molto buono.

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Cinquantaquattro

LA RABDOMANTE

Era ancora una bambina quando scoprì di possedere quel dono. Un giorno stava giocando insieme ai suoi fratelli in un campo, quando, afferrato un ramoscello di nocciolo, cominciò ad avvertire delle strane vibrazioni, come se una forza invisibile volesse strapparglielo dalle mani. Si spaventò molto e lasciò cadere il rametto a terra, come se all’improvviso fosse diventato rovente. Solo più tardi comprese l’importanza di quel dono. Trascorse gli anni migliori della sua vita girando di villaggio in villaggio, chiedendo solo ospitalità per la notte e un po’ di cibo. In cambio di così poco lei donava qualcosa di preziosissimo: l’acqua.

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Cinquantacinque

IL CALENDARIO

 Pazzo! Tutti lo consideravano un povero pazzo. Se uno agiva in modo un po’ fuori dall’ordinario era subito ritenuto un folle. Ma basta! In fondo, non gli sembrava di aver fatto nulla di così strano, se un giorno si era messo in testa di raccogliere i calendari a partire dal suo anno di nascita. Erano 80, come i suoi anni, e li teneva appesi alle pareti di casa. Ogni tanto li ripercorreva, un giorno dopo l’altro, una settimana dopo l’altra, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro… La sua vita era tutta lì, la poteva abbracciare con uno sguardo.

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Cinquantasei

IL MERCANTE DI SENTIMENTI

Doveva uscire da quella spiacevole situazione e porre fine alla sua condizione di disoccupato. Doveva inventarsi qualcosa… Un suo conoscente gli aveva consigliato di avviare un commercio: sì, ma con quali soldi? Poteva mai esistere un’attività commerciale a costo zero? C’è qualcosa al mondo che si può vendere senza  avere un capitale iniziale? Ci pensò per giorni senza venirne a capo, poi, all’improvviso, l’illuminazione! Il mondo era pieno di persone sole, che per qualche bizzarria del destino erano state escluse dagli affetti, dai sentimenti, e trascorrevano i loro giorni con il cuore vuoto. Decise di vendere l’amore e diventò ricchissimo.

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Cinquantasette

L’UOMO CHE VOLEVA COMPRARSI LE STELLE

Facevo la commessa in quel grande magazzino da quasi quarant’anni quando lo incontrai per la prima volta. Mancava poco alla pensione e il capo del personale aveva deciso che rimanessi alle vendite perché, nonostante l’età, con i clienti ci sapevo fare. Lo benedico ogni giorno per questo. Una sera, quasi all’ora di chiusura, vidi lo sconosciuto avvicinarsi al mio banco. Gli lessi negli occhi una passione bruciante: “Desidera?”, gli chiesi. “Vorrei comprare tutte le stelle del cielo”, fu la sua risposta. Non ho pensato neppure un momento che stesse scherzando. Quella sera uscimmo insieme e non ci separammo mai più.

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Cinquantotto

LA BARCA

Quella strana storia si tramandava da molte generazioni. A me l’aveva raccontata mio nonno. Come molti ragazzi della mia età, ero rimasto piuttosto colpito da quel racconto, tuttavia ero anche molto scettico. Come credere, infatti, che la barca di un vecchio pescatore, morto durante un naufragio, scomparisse periodicamente, perdendosi al largo, senza che nessuno la guidasse, per tornare poi in porto di tanto in tanto, misteriosamente come era partita, e perdersi di nuovo chissà dove? Era una storia incredibile… Ma un giorno seppi che era vera. Vidi quella barca, la osservai muoversi fra le onde: cercava il vecchio pescatore naufragato.

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Cinquantanove

IL VOLO (dedicato a Mario Monicelli)

La sua era stata una vita piena di soddisfazioni: era stato un grande cineasta, i suoi film avevano fatto scuola in tutto il mondo, aveva fatto ridere, piangere e pensare intere generazioni; il suo impegno civile gli aveva fatto guadagnare anche la stima degli avversari… Ma che cosa rimaneva ora di tutto ciò, in quella squallida camera di ospedale? Assolutamente niente. Ora c’era solo quella frase martellante che gli ronzava nella testa. “Gran segreto è la vita e nol comprende l’uomo che l’ora estrema”. Aprì deciso la finestra. Capì tutto il senso della vita mentre volava giù dal quinto piano.

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Sessanta

L’ULTIMO CAPODANNO

Gli ospiti per la festa di Capodanno stavano affluendo da alcuni minuti nello storico palazzo. Signore elegantissime, arrivate con automobili lussuose, venivano accompagnate dai mariti all’ingresso. L’uomo, infreddolito e affamato, osservava l’evento da una certa distanza, senza farsi notare. D’altronde chi poteva interessarsi ad un lurido barbone? Era lì, al freddo, perché sperava di vederla arrivare. Voleva contemplarla un’ultima volta. Si avvicinò all’edificio, restando nell’ombra. Eccola! Una creatura divina avvolta in un elegantissimo tubino nero. Immaginò la sua espressione di dolore quando, qualche ora più tardi, lo avrebbe trovato riverso sulle scale, morto di freddo, di fame e di dolore.

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Sessantuno

L’ECLISSI

Era una bella giornata di primavera. La sua famiglia stava a spaccarsi la schiena nei campi del padrone. Lei no. Lei era storpia: non poteva guadagnarsi il pane, ma viveva della carità dei suoi famigliari. All’improvviso aveva notato un progressivo oscuramento del sole, come se una nuvola impertinente gli si fosse fermata davanti. Guardò rapidamente verso il cielo e si accorse dell’eclissi. Di colpo si fece notte. Gli animali nel cortile si misero a dormire. Lei attese. Brividi di paura serpeggiavano lungo la sua schiena… Ecco! Lo spicchio dorato del sole tornava e una grande speranza dilagò nel suo cuore.

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Sessantadue

ASPETTANDO L’AUTOBUS

Molti dei suoi conoscenti avevano cercato di spiegargli che sua moglie se n’era andata via di casa con l’amante e certo non sarebbe mai più ritornata, tantomeno con l’autobus. Tuttavia lui trascorreva intere giornate alla fermata, nella vana attesa del ritorno di sua moglie. Ormai tutti lo consideravano un povero pazzo… Sì, forse all’inizio un po’ pazzo lo era stato, ma non ora. Ora si era quasi dimenticato del motivo reale che lo aveva spinto a trascorrere le sue giornate su quella panchina. Ora stava lì perché da quella postazione assisteva quotidianamente ad uno spettacolo straordinario: la vita del paese.

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Sessantatré

LO SCRITTORE

Aveva deciso di fare lo scrittore perché una sola vita non gli bastava. Attraverso le storie e i personaggi che inventava gli sembrava di poter vivere mille esistenze diverse, innumerevoli situazioni che nella sua vita reale non avrebbe mai potuto vivere, neppure se fosse durata cent’anni. Nelle storie che inventava poteva essere di volta in volta uomo o donna, ricco o povero, bello o brutto, felice o infelice. Poteva essere contemporaneamente tutto e niente. Si sentiva onnipotente. Si sentiva un dio… Ma che dramma scoprire in punto di morte che aveva vissuto mille vite, ma si era perso la sua!

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Sessantaquattro

LA STRADA

Nella sua vita aveva camminato tanto, aveva percorso chilometri e chilometri in solitudine. Miliardi di persone ogni giorno percorrevano milioni di chilometri di strade: lui era uno di loro. La terra era un brulicare incessante di esseri in movimento. Quel giorno all’improvviso gli si era messo in testa un pensiero: quante persone sapevano che lui in quel momento si trovava lì, su quella strada, e non altrove? Nessuno. Non lo sapeva nessuno, perché lui era una nullità che non lasciava orme al suo passaggio. Questo non poteva accettarlo! Si fermò sul ciglio della strada e non si mosse mai più.

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Sessantacinque

GLI AVVOLTOI

Non riuscivano a prendere sonno. Nel pomeriggio avevano avuto una splendida notizia. I genitori di lui, con cui aveva interrotto i rapporti da anni, da quando si erano ammalati e necessitavano di cure e assistenza costanti, erano morti improvvisamente, investiti da un autobus all’uscita dall’ospedale. Il figlio e la nuora se la ridevano nel letto, pregustando l’eredità: finalmente avrebbero messo le mani sul cospicuo patrimonio. Gli anziani genitori avrebbero voluto diseredare quel figlio indegno di questo nome, ma la legge lo tutelava. Al mattino, però, i due cacciatori d’eredità ebbero un orribile risveglio: si erano trasformati in due disgustosi avvoltoi!

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Sessantasei

IL MOSTRO

Era stato un terribile incidente stradale a deturpargli il viso. Da quel giorno la sua vita era cambiata: il suo aspetto ripugnante lo aveva allontanato dagli amici e da possibili amori, condannandolo  ad una solitudine irreversibile. Nell’ufficio in cui lavorava, per non spaventare i clienti, lo avevano relegato al centralino. Si era rassegnato ad una vita senza affetti, quando un giorno, per caso, conobbe una donna, che non sembrava disgustata dal suo viso sfigurato. Se ne innamorò subito, lusingato da tanta considerazione… Che dolore quando seppe che si era messa con lui solo per vincere una scommessa con le amiche!

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Sessantasette

LO SCULTORE DI GHIACCIO

Aveva iniziato a scolpire sin da piccolo, dapprima pongo e creta, poi, da grande, si era misurato con il legno e con rocce di ogni tipo. Il suo incontro con il ghiaccio era avvenuto in tempi recenti. Era bello scolpire il ghiaccio, perché rappresentava bene la condizione effimera dell’uomo. Si incidevano e levigavano grossi blocchi di acqua gelata, tirandone fuori immagini tridimensionali, trasparenti e purissime, che restavano vive giusto il tempo di una stagione, poi morivano, sciogliendosi lentamente come in una lieve cascata di lacrime. Un giorno decise di realizzare una scultura unica: si inzuppò d’acqua e si lasciò congelare.

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Sessantotto

IL POETA

Una volta mia nonna mi raccontò di avere conosciuto un tizio assai bizzarro. Costui le riferì di avere attraversato un brutto periodo, nel quale non riusciva più a scrivere una parola. Una profonda crisi d’ispirazione gli aveva provocato la sindrome da foglio bianco. Dopo mesi di sconforto, all’improvviso gli venne un’idea. Decise di scrivere delle parole prendendole a caso dal vocabolario e, combinandole insieme, cominciò a costruire decine di poesie. La raccolta che ne ricavò vinse numerosi premi di prestigio. Più tardi mia nonna scoprì che si trattava di un sedicente poeta che era appena uscito da un ospedale psichiatrico.

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Sessantanove

L’AUTUNNO

Era sempre stata la sua stagione preferita. Il paesaggio, nelle sue vesti autunnali, esprimeva forme e colori così straordinari, che non avevano eguali in nessun altro periodo dell’anno. Gli alberi, con i loro rami spogli, sembravano protendere disperatamente le braccia verso il cielo. Ai loro piedi il tappeto di foglie multicolori pareva attendere il passaggio di una regina. E i profumi? Fragranze inebrianti di foglie macerate e muschio… Un giorno, mentre tornava dal lavoro assorto in queste riflessioni, la macchina slittò su un deposito di foglie viscide lungo la strada. La sua vita finì sul tronco di un bell’albero autunnale.

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Settanta

IL NASO

Roma non è solo una straordinaria città d’arte, dal passato glorioso, ma è anche la capitale di poveri e diseredati. Se ne trovano di ogni genere e di ogni colore, buttati come stracci agli angoli delle strade. Stamattina mi sono imbattuta in una donna senza naso, che chiedeva l’elemosina alla stazione. Le narici, trasformate in due voragini oblunghe, le deturpavano il viso. Mi fermo ad osservarla, mentre le do una moneta. Lebbra, ho pensato. “No”, ha risposto lei, come se mi avesse letto nel pensiero, “E’ stato mio fratello. La gente è più generosa con chi ha delle menomazioni fisiche”.

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Settantuno

GLI ADULATORI

Sui libri di storia rimarrà una traccia profonda della clamorosa vicenda  verificatasi nei giorni scorsi e che ha fatto meravigliare tutto il mondo. Un famoso giornalista televisivo, celebre per il suo asservimento al capo del governo, durante l’ennesima puntata del suo programma, nella quale, con la bava che colava dagli angoli della bocca, si produceva in lodi e celebrazioni del premier, si chinava per raccogliere il foglio con la scaletta e rimaneva curiosamente bloccato a 90 gradi. L’indomani i tanti giornalisti pennivendoli e pifferai del onniprepopotente presidente del consiglio cominciavano anch’essi a circolare con il corpo inclinato ad angolo retto.

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Settantadue

L’AUTOMOBILE

Lo aveva detto ai suoi genitori che non si fidava di quella macchina, ma loro non avevano voluto crederle! Dicevano che doveva acquisire la padronanza del mezzo e che le automobili fanno tutto ciò che l’automobilista gli dice di fare. Ma non era affatto così! La sua automobile sembrava avere una volontà propria: andava per cunette o in mezzo alla carreggiata, frenava con la strada libera e accelerava nel traffico, puntava dritto sui pedoni che attraversavano sulle strisce… Neanche ora che si trovava inchiodata in un letto d’ospedale avrebbero creduto che a provocare l’incidente era stata la macchina, non lei!

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Settantatré

FINCHE’ MORTE NON VI SEPARI

Quella notte non aveva chiuso occhio. Naturale, si dirà: l’emozione di una sposa alla vigilia delle nozze. Eppure non era l’evento in sé ad agitarla, non era il fatto di essere per un giorno al centro dell’attenzione di amici e parenti. Ciò che la innervosiva era il dover rispondere sì all’ultima parte della formula: “finché morte non vi separi”. Amava moltissimo il suo futuro marito e non voleva, non poteva accettare l’idea che un evento, benché naturale e inevitabile come la morte, potesse frapporsi tra loro. Per questo motivo davanti all’altare, tra lo sbigottimento di tutti, urlò no e scappò.

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Settantaquattro

LA PRIMAVERA

Che ingenui questi uomini! Credono alle teorie più assurde purché siano suffragate da, come dicono loro, “basi scientifiche”. Per esempio, sono convinti che l’alternarsi delle stagioni sia determinato dalla distanza della terra dal sole. La primavera si troverebbe tra equinozio e solstizio. Dunque, il risveglio della natura dopo il gelo dell’inverno, lo sbocciare di fiori multicolori, il verde dell’erba fresca, il cinguettio degli uccelli festanti, il gorgoglio delle acque nei ruscelli, le dolci brezze cariche di profumi sarebbero il frutto di aridi calcoli matematici. Che sciocchi! Non sanno che tutto questo paradiso viene prodotto dal roteare leggero del mio vestito!

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Settantacinque

L’INDIANO

Ormai è quasi buio. Prima di incamminarmi verso la baracca che mi fa da casa mi metto a contare gli spiccioli guadagnati nella giornata. Ho le dita congelate, ma riesco a fare il conto: 8 euro. Poco. Fare il benzinaio della domenica non è conveniente: molti si mettono la benzina da soli, altri si fanno servire e se ne vanno senza neanche ringraziare. Sto per rimettere il gruzzoletto così faticosamente guadagnato nella tasca, quando vedo arrivare un motorino con a bordo due ragazzi: forse guadagnerò ancora qualcosa… Mi picchiano, mi derubano, finisco in ospedale… Sono un clandestino e sarò rimpatriato.

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Settantasei

IL PRIMATO DELL’ANIMA

Aveva trascorso tutta la vita nella costante ricerca della saggezza, scommettendo sul primato dell’anima sul corpo. Durante gli anni della sua lunga vita aveva letto un’infinità di libri, aveva girato tutto il mondo, studiando filosofie e religioni. Aveva vissuto molti mesi nei monasteri ortodossi delle Meteore, digiunando e meditando, astenendosi da ogni forma di piacere materialistico… Ora era vecchio e malato, senza famiglia e senza amici. Soltanto adesso aveva capito di avere sbagliato tutto. Solo ora, ad un passo dalla morte, aveva compreso che l’uomo è fatto di materia, una combinazione di innumerevoli atomi  e che l’anima semplicemente non esiste.

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Settantasette

NEBBIA

Sin da ragazzo gli abitanti del villaggio lo avevano soprannominato Nebbia. D’altra parte non poteva essere che così: adorava la nebbia, era il suo elemento. Quasi tutti i giorni dell’anno il suo villaggio, costruito sulla riva del grande fiume, era avvolto da un fitto lenzuolo lattiginoso e a lui piaceva esserne avviluppato. Diversamente dai suoi amici, che si muovevano con difficoltà, lui si sentiva sicuro, forte, quasi immortale quando era immerso in quella impenetrabile nuvola bianca. Un giorno, però, mentre camminava nella nebbia, perse l’orientamento,  precipitò in un dirupo, ruzzolando in basso fino a cadere nelle acque gelide del fiume.

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Settantotto

IL DIAVOLO

Sembrava un normale essere umano, benché dalla condotta estremamente deplorevole: era afflitto soprattutto da megalomania e satiriasi. Tuttavia, neanche il più scaltro dei commentatori politici aveva mai sospettato quale fosse la sua vera natura. Era volgare, antidemocratico, grande venditore di fumo, profondamente disonesto, con un forte culto della personalità. Grazie agli appoggi politici aveva creato un impero nelle telecomunicazioni. Dopo aver anestetizzato con le televisioni il già debole senso critico della nazione, circondato da cortigiani e prostitute, detenne per lungo tempo il potere politico. Quando morì, rivelò finalmente il suo aspetto: si evidenziarono improvvisamente corna, coda e ali di pipistrello.

 

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Settantanove

 

IL LADRO

 

Ho svolto per molti anni il lavoro di responsabile della sicurezza in un grande supermercato e posso dire di averne viste di tutti i colori. Ma mai avrei creduto di dover assistere a un dramma come quello che mi ha costretto alle dimissioni. Un giorno sorpresi un povero pensionato che si intascava delle scatolette di tonno. “Non sono un ladro” si scusò piangendo, “Ho fame e con la mia misera pensione non arrivo neppure alla terza settimana”. Non gli credetti e lo trattai in malo modo davanti a tutti. Più tardi seppi che si era ucciso lasciandosi morire di fame.

 

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Ottanta

 

IL DESERTO

 

Il suo primo incontro con il deserto era avvenuto quando aveva già oltrepassato la quarantina. L’occasione si era presentata sottoforma di vacanza. Fu amore a prima vista. Da quel momento il suo obiettivo fu solo uno: restarci per sempre. Quando comunicò la sua decisione ad amici e parenti, lo presero per pazzo. Nessuno riuscì a fermarlo. Vendette ogni sua proprietà e acquistò un camper. Avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni fra le sterminate distese sabbiose, muovendosi fra oasi e dune, contemplando colori indescrivibili e l’infinita volta del cielo stellato. Alcuni anni più tardi lo trovarono mummificato sotto una duna. 

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Ottantuno

 

LA STREGA

 

Era bellissima. Questa era stata la sua colpa. Suo malgrado, attirava su di sé gli sguardi libidinosi dei maschi, le donne la odiavano perché i loro uomini la volevano. All’inizio i suoi compaesani si erano limitati ad isolarla, a farle terra bruciata intorno. Poi in paese era arrivato un gruppo di religiosi e improvvisamente l’ostilità era cresciuta. L’attrazione che esercitava su di loro li portò alla misoginia. Venne accusata di stregoneria, fu processata e condannata al rogo con false testimonianze e prove costruite a tavolino. Mentre il fuoco dilaniava la sua carne, fra urla strazianti, lei malediva la sua bellezza. 

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Ottantadue

IL MARE DELLA TRANQUILLITA’

Tutto cominciò in una calda sera d’estate, mentre contemplava il disco argenteo della luna. Ricercava con lo sguardo quella zona dal nome evocativo di “Mare della tranquillità”. Fu in quel momento che decise quale sarebbe stato l’obiettivo della sua vita: diventare astronauta e andare sulla luna. Da quel giorno erano trascorsi trent’anni di studio e di rigorosa preparazione. Ora, a 44 anni, era un astronauta e si trovava in missione sulla luna. Al momento di ripartire per la terra, si rifiutò, fra lo sconcerto dei compagni. L’astronave ripartì e lui rimase lì, per andare a morire nel mare della tranquillità. 

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Ottantatré

L’INVERNO

Quando era giovane e in salute era sempre stata la sua stagione preferita. Gli piaceva l’inverno. Amava lavorare all’aria aperta, riscaldarsi attraverso il duro lavoro dei campi: zappare, tagliare la legna, sistemare la stalla. Il freddo intenso lo faceva sentire vivo e potente. Ora l’inverno lo odiava. Aveva perso tutto: la famiglia, la casa, i campi. Adesso viveva per strada, dormiva su un letto di stracci, tremando di freddo. Eppure non doveva odiarla quella stagione così ostile, perché avrebbe potuto mettere fine alle sue sofferenze. Infatti così accadde. Una mattina di gennaio i volontari della Caritas lo trovarono morto assiderato. 

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Ottantaquattro

LA SCRITTRICE DELLA STAZIONE

Aveva perso i suoi genitori all’improvviso, per un incidente stradale, e, ancora giovanissima, era stata costretta a mantenersi da sola. Aveva cercato lavoro per mesi, ma invano. Fu così che decise di trarre un guadagno da ciò che più amava fare: scrivere. Ogni sera scriveva sul suo computer un racconto, che poi stampava in alcune decine di copie. La mattina se ne andava alla stazione Termini, si metteva in un angolo particolarmente affollato e vendeva i suoi racconti per un euro a copia. In poche ore le esauriva tutte. Lo fece per giorni, mesi, anni, diventando “la scrittrice della stazione”.

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Ottantacinque

IL CONTADINO E LE STELLE

Come era stata monotona la sua vita! Si era alzato al sorgere del sole e se ne era andato a dormire ogni sera al tramonto. Aveva fatto questo tutti i giorni dell’anno e per tutti gli anni della sua vita. Per lui non c’erano mai state feste o vacanze: solo lavoro, tanto lavoro. Accadde così che alla veneranda età di ottant’anni non aveva mai visto le stelle. Prima di morire doveva assolutamente vederle. Decise quindi di trascorrere almeno una notte all’aperto per contemplare il cielo infinito. La morte lo colse quella notte stessa mentre si riempiva gli occhi di stelle.

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 Ottantasei

L’OMBRA

Era sempre stato solo, sin da piccolo. I genitori lo avevano abbandonato, lasciandolo alle cure della nonna: “Io sono vecchia”, gli diceva, “Devi imparare a stare da solo. Si nasce soli e si muore soli”. Nei lunghi anni della sua vita, quindi, non aveva mai cercato la compagnia di nessuno e nessuno gliel’aveva offerta: non ebbe amici, né amori. Un giorno, però, del tutto inaspettatamente, si accorse che c’era qualcosa che gli stava sempre vicino, che lo seguiva tutto il giorno, che non si separava da lui neanche per un momento. Era la compagna della sua vita: la sua ombra.

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Ottantasette

LO SPECCHIO

Adorava la sua immagine. Spesso arrivava tardi a scuola  per contemplare compiaciuta la  sua figura nello specchio. Con gli anni quest’attenzione all’estetica era cresciuta in misura esponenziale: tutti i suoi risparmi venivano spesi in prodotti di bellezza, mai un soldo per libri, cinema e teatro. Non le interessava di abbellire la sua mente. In casa gli specchi si erano moltiplicati: ce n’era uno in ogni angolo. Ovunque si trovasse doveva potersi specchiare… Una mattina, però, accadde qualcosa di irreparabile: gli specchi improvvisamente non la riflettevano più. Non vedersi più voleva dire non esistere: finalmente comprese che era diventata un niente.

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Ottantotto

NUVOLE

Forse le piacevano tanto perché le ricordavano i batuffoli di zucchero filato, che la nonna le comprava spesso. Forse per questo amava le nuvole: per la leggerezza con cui scorrevano sulla sua testa, disegnando forme e volumi che nella sua mente di bambina creavano un mondo parallelo, quasi magico. Quando prese per la prima volta l’aereo le era sembrato incredibile che si potesse passarci in mezzo ed entrarci dentro, come se non avessero una consistenza reale. Da grande prese appositamente il brevetto di volo e un giorno, attraversandone una, decise di camminarci su: aprì il portello e si buttò fuori.

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Ottantanove

IL PROFUGO

Mentre se ne stava accalcato in mezzo a tanti compagni di sventura su quella fatiscente carretta del mare, col freddo umido del Mediterraneo che gli penetrava nelle ossa, ripensava al caldo torrido che gli aveva bruciato la pelle nei lunghi giorni di traversata del deserto. La sete, gli scorpioni, le urla e le percosse dei mercanti di uomini ormai sembravano lontani, confinati nel ricordo. Tra poco sarebbe approdato sulle coste dell’Italia: la terra promessa per tanti migranti del sud del mondo. Ma di quella terra promessa riuscì a vedere solo lo scoglio sul quale lo scafo del barcone si fracassò.

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Novanta

IL FIGLIO DELL’ANIMA

La sorte aveva stabilito che il suo grembo fosse sterile. Ma un giorno il destino decise di farle un regalo, il più prezioso che una donna possa ricevere: un figlio dell’anima. Arrivò in casa sua in una gelida notte di gennaio, quando i genitori naturali del bambino, suoi lontani parenti, avevano lasciato le loro vite sull’asfalto umido della statale. Quando il tribunale dei minori glielo affidò, in qualità di unica parente, aveva sentito quasi una sensazione di panico. Sarebbe stata in grado di essere una buona madre? Un giorno, lontano nel tempo, il suo amatissimo figlio dell’anima avrebbe risposto “Sì”.

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Novantuno

LA MASCHERA

Gli invitati alla festa di carnevale avevano creduto che fosse una maschera come le altre: chi avrebbe potuto dubitarne? Era praticamente perfetta: l’abito ampio, di seta color oro, sollevato sui fianchi da abbondante crinolina, guarnito con nastri e merletti, le scarpette in velluto ricamato, l’enorme parrucca perfettamente incipriata… Insomma, una Maria Antonietta in tutto e per tutto. L’unica particolarità consisteva in una sciarpa di seta, della stessa foggia dell’abito, che le avvolgeva vistosamente il collo. La dama di colpo si piegò per raccogliere il ventaglio. La testa si staccò di netto dal collo e prese a ruzzolare sul pavimento! Orrore!

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Novantadue

IL CORVO

Pensava che certe cose accadessero solo in letteratura, come in Pirandello, invece la realtà, ancora una volta, si dimostrava più assurda della fantasia. Tutto era iniziato qualche anno prima, quando aveva cominciato a vestirsi di nero e a portare occhiali scuri: in effetti sembrava proprio un becchino. Ma fin qui nulla di strano. I problemi nacquero quando al suo passaggio cominciarono ad accadere cose strane: automobili impazzite che provocavano incidenti, tegole che cadevano dai tetti, ecc. Tutti presero a considerarlo uno iettatore. Un giorno, stanco di essere isolato da tutti, lo videro trasformarsi in un corvo e spiccare il volo.

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Novantatré

IL DETENUTO

Gli toccava farsi dieci anni di prigione. Come avrebbe resistito? Sicuramente si sarebbe ucciso. Non sarebbe stato difficile trovare il modo di impiccarsi. Una mattina gli sembrò che fosse arrivato il momento propizio. Il suo compagno di cella era stato trasferito e lui era rimasto solo. Aveva appena cominciato a pensare a come attuare il suo piano, quando in cella arrivò il suo nuovo compagno. Era un vecchio che portava con sé una trentina di libri. “Sono la chiave della mia libertà”, disse indicando i volumi. Il ragazzo decise che, come il vecchio, avrebbe conquistato anche lui la sua libertà.

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Novantaquattro

IL SANTO

I suoi amici e parenti non avrebbero scommesso un soldo bucato su di lui. A dire il vero anche lui si era sentito spesso un’emerita nullità. Poi, all’improvviso, senza segnali premonitori, una forza misteriosa dentro di sé lo aveva portato ad agire in favore degli altri: guariva i malati, rasserenava gli infelici, arrestava le calamità naturali con la sola forza del pensiero… Era acclamato da tutti come un santo. Chissà quanti avrebbero voluto essere come lui? Ammirato da vivo, venerato da morto. Lui, invece, avrebbe tanto voluto essere un uomo normale: sbagliare, sognare, morire come tutti. Invece finì sul calendario.

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Novantacinque

LE ERINNI

Una volta aveva letto qualcosa, ma certo non immaginava che esistessero davvero e che sarebbero venute a  tormentarlo. Ma era giusto così. Si era macchiato di una colpa gravissima: aveva abbandonato i suoi anziani genitori, lasciandoli senza cure e senza neanche una parola di conforto, finché i poveri vecchi non erano morti. Ora quelle tre figure terribili, Aletto, Megera e Tisifone, si erano materializzate nella sua vita, volandogli intorno, con serpenti tra i capelli e le bocche spalancate, urlandogli notte e giorno nelle orecchie il suo rimorso, impedendogli di lavorare, di dormire, di vivere. Smisero di urlare solo quando morì.

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Novantasei

LIBERTA’

Questo è il mio nome, questa la mia essenza. Libertà è il mio corpo e il mio vestito, il mio significante e il mio significato. Sono la donna più amata e desiderata, lo sono sempre stata e sempre lo sarò. Io sono la donna di tutti. Tutti hanno il diritto di avermi, tutti hanno il dovere di pretendermi. Per me scorrono fiumi di sangue. Per me si suonano note di dolore, si dipingono fontane di colori, si scrivono parole di fuoco e sabbia. Le più sublimi, queste: “Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”.

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Novantasette

L’APOCALISSE

La fine del mondo è giunta; tutto ciò che è stato raccontato nell’Apocalisse e ha spaventato migliaia di generazioni si è materializzato. Si è presentato attraverso uno dei più violenti terremoti della storia del mondo, seguito da un maremoto che ha cancellato molti territori, devastando ogni cosa. Il resto lo ha fatto la mano dell’uomo. Le dighe sono crollate, le raffinerie petrolifere sono bruciate, le centrali nucleari sono esplose contaminando tutto e tutti. Solo io sono rimasto vivo, non so ancora per quanto. Sono rimasto per scrivere ciò che è accaduto, ammesso che ci sia qualcuno che poi lo leggerà.

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Novantotto

EROS E THANATOS

Quando talvolta le era capitato di osservare negli altri i sintomi dell’innamoramento, pensava con terrore a che cosa sarebbe accaduto se fosse capitato a lei. Quali grandi sciagure si sarebbero verificate se ad innamorarsi fosse stata lei?… Poi, un giorno, ciò che temeva era accaduto: aveva incontrato lui e si era innamorata, senza riserve, senza misura, senza scampo… Il suo cuore aveva concepito quel sentimento totalizzante e disperato che aveva sempre temuto: un tipo di amore malato, una specie di furor, molto simile alla morte. Amore e morte, eros e thanatos: la sua morte e quella di lui. Così fu.

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Novantanove

L’ESTATE

Adorava l’estate. Ma come poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto? Era agosto e lei, come ogni anno, stava trascorrendo le sue vacanze distesa al sole, su una spiaggia affollata. Mancavano pochi giorni al ritorno a casa e questo proprio non le andava giù: “Vorrei che l’estate non finisse mai!” Doveva aver detto quelle parole ad alta voce, perché una zingara, che vagabondava fra gli ombrelloni a chiedere l’elemosina, si era girata di scatto a guardarla con gli occhi taglienti e un sorriso beffardo. L’estate quell’anno non finì: il sole bruciò uomini e cose e la terra divenne una palla deserta.

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Cento

SCRIBO ERGO SUM

Nella sua lunga carriera di scrittore aveva avuto molte interviste, con domande spesso acute e insidiose, ma nessuno mai gli aveva posto una domanda così semplice e diretta. A farlo fu una giovane aspirante scrittrice: “Ormai la sua vita è al capolinea e ne ha speso la miglior parte nella scrittura. Perché? Mi dia una ragione valida che giustifichi tanta dedizione.” Il grande scrittore rispose così: “Ho trascorso la mia vita a scrivere per vincere la solitudine, per cercare di dare spessore e senso ai miei respiri, per oggettivare in qualche modo la mia vuota esistenza… Insomma, scribo ergo sum.”

 

MARA ALEI

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